Be Social, la mia prima web agency: clienti sì, margini no
Prima di Spotex c'è stata Be Social. Servizi social a 100 euro, e-commerce da 600 prodotti caricati a mano, soci che litigano. Una storia di errori, clienti e margini impossibili.

A 19 anni ero convinto che bastasse trovare un'idea grande per costruire un'impresa. Uscito da poco dalle superiori, con un amico conosciuto in quinta, condividevo due passioni: le auto e la voglia di creare qualcosa di nostro.
Non sapevamo fare impresa. Non sapevamo niente di e-commerce. Non avevamo un business plan.
Però avevamo energia, tempo e la sensazione che da qualche parte dovesse esistere un modo per iniziare.
Questa è la storia di Be Social. La web agency prima di Spotex. Costruita tra notti insonni, volantini, clienti locali, e-commerce da migliaia di prodotti e un problema che abbiamo capito troppo tardi: non basta trovare clienti. Serve un modello che regga.
Prima di Be Social: volevamo creare AutoDOC senza sapere come
L'idea iniziale non era nemmeno una web agency.
Volevamo aprire un e-commerce di ricambi e tuning per auto. Nome: JAP, Just Auto Parts. Nella nostra testa poteva diventare una specie di AutoDOC più giovane, più vicino agli appassionati di tuning. Costruito da due che amavano le macchine.
Era un'idea enorme. Troppo enorme per due ragazzi senza capitale, senza filiera, senza competenze di e-commerce e senza sapere cosa volesse dire vendere ricambi auto.
In quel periodo conoscemmo uno che gestiva un grande e-commerce in un altro settore. Ci presentammo per capire come funzionasse quel mondo. Fu utile. Ma era una testimonianza, non un'analisi del nostro progetto.
Il messaggio che ci rimase: per vendere ricambi servivano scorte, magazzino e investimenti importanti. Si parlava di oltre 20.000 euro solo per partire con una disponibilità sensata.
Per noi era una cifra enorme. Invece di fermarci a capire se il modello stesse in piedi, abbiamo continuato con quello che ci sembrava più accessibile: logo, pagina Facebook e negozio Shopify.
Il primo logo da 140 euro e la prima lezione sul branding
Per JAP abbiamo commissionato un logo a un designer conosciuto tramite il mio socio. Circa 140 euro. Per noi all'epoca era un investimento serio.
Il risultato non rappresentava per niente quello che volevamo costruire. Era una firma in corsivo, più vicina al logo di un centro estetico o di una pasticceria che a un e-commerce di ricambi e tuning. Litigammo anche per quella scelta.
Oggi non penso che il problema fosse solo il designer. Il problema eravamo noi. Non avevamo un brief. Non avevamo una direzione. Non avevamo definito il pubblico. Non sapevamo tradurre il progetto in un'identità visiva.
Alla fine abbiamo rifatto tutto da soli, con Impact e GIMP. Non era un'identità memorabile. Ma è stato il primo momento in cui ho iniziato davvero a mettere mano a grafica, strumenti digitali e comunicazione visiva.
Shopify, 14 giorni di prova e nessun lancio
Nel 2017/2018 creare un e-commerce era già possibile. Ma non c'erano AI, tutorial sintetici, assistenti che ti rispondono a ogni dubbio. Per imparare dovevi cercare, provare, sbagliare, mettere insieme fonti diverse.
Avevamo circa 14 giorni di prova gratuita su Shopify per preparare il negozio.
Abbiamo iniziato a dividerci i compiti: il mio socio avrebbe dovuto seguire alcune parti del progetto, io mi occupavo di grafica dello store, contenuti Facebook e caricamento manuale dei prodotti.
Col passare dei giorni, il carico è rimasto sempre più sulle mie spalle. Il progetto non è mai stato lanciato. Non abbiamo comprato merce. La collaborazione si è interrotta in un litigio.
A quel punto sembra che non sia rimasto niente. In realtà mi era rimasta una prima base pratica: avevo iniziato a capire Shopify, grafica, pagine prodotto e lavoro operativo su un negozio online.
Il time skip: Lyara, dropshipping e nuove competenze
Tra il 2019 e il 2020 ho attraversato la fase di Lyara e poi il dropshipping. Esperienze economicamente difficili. Ma formative.
Ho imparato a costruire e-commerce, creare grafiche e contenuti, lavorare su advertising, copywriting, storytelling e percorsi di conversione. Soprattutto ho iniziato a capire che un progetto non vive di entusiasmo. Servono margini, processi, capacità di vendita e una proposta concreta.
Nel frattempo il mio vecchio socio aveva fatto esperienza commerciale nel settore immobiliare. Quando ci siamo rincontrati ci siamo riappacificati e abbiamo deciso di riprovare.
Questa volta volevamo fare le cose meglio. Io portavo le competenze operative: grafica, advertising, siti, e-commerce. Lui portava un approccio commerciale che, sulla carta, avrebbe dovuto aiutarci a vendere. Si è unita anche una terza persona, per la parte organizzativa.
Per un periodo sembrava una combinazione perfetta. Come tutte le combinazioni perfette sulla carta.
L'alleanza a tre e la nascita di Be Social
Eravamo motivati. Io e il mio socio principale lavoravamo dall'alba a notte fonda. A volte fino alle tre o alle quattro del mattino. Non lo vivevamo come un peso. Avevamo la sensazione di stare costruendo qualcosa che poteva cambiare il nostro futuro.
Poco prima di iniziare a vendere, la terza persona è uscita dal progetto. Trasferimento in Toscana. Rimasi con il mio socio iniziale, che qui chiamo J.
Abbiamo deciso di costruire una web agency su marketing e gestione social per piccole attività locali. Nome: Be Social.
Piano iniziale, semplice:
- trovare attività locali
- offrire una prova gratuita
- gestire contenuti, social e marketing
- trasformare la prova in un abbonamento mensile
Abbiamo testato il servizio su alcune attività conosciute o trovate sul territorio: un bar, un'officina meccanica, una lavanderia.
Il problema: il mercato stava diventando affollato. Molto affollato.
Il problema delle web agency locali
Era il 2022. Le micro-web-agency di social media marketing spuntavano ovunque. La promessa era vendibile: vai dalle attività locali, proponi la gestione Instagram e Facebook, pubblichi post, ti fai pagare un canone mensile. In teoria, un servizio semplice da standardizzare.
In pratica abbiamo sbattuto contro due muri.
Il primo: il budget. Molte piccole attività non vedevano il marketing digitale come una priorità. Il titolare di un'officina preferiva investire quelle stesse risorse in attrezzature, macchinari o strumenti per il proprio lavoro. E aveva anche ragione.
Il secondo: la fiducia. Eravamo giovani. Non avevamo casi studio, risultati misurabili o un brand forte. Chiedevamo a imprenditori di affidarci una parte importante della loro comunicazione senza avere ancora abbastanza prove per essere percepiti come scelta sicura.
Abbiamo provato a rafforzare l'offerta con una persona laureata in Scienze della Comunicazione. Obiettivo: più struttura e più credibilità verso i clienti.
Costo: circa 600 euro al mese. Per due ditte individuali piccole, era un peso concreto.
Il servizio da 100 euro che richiedeva un'agenzia intera
Dopo circa otto mesi avevamo trovato qualche cliente. Soprattutto con volantinaggio e contatto diretto.
Ma avevamo un problema di unit economics. I clienti pagavano circa 90–100 euro al mese per la gestione social. In cambio chiedevano:
- visite fisiche in sede
- fotografie con macchina fotografica
- creazione dei post
- programmazione dei contenuti
- gestione continuativa
- consulenza personale
In pratica volevano un reparto marketing esterno. Noi lo vendevamo al prezzo di un piccolo abbonamento software.
Ogni visita era tempo, spostamenti, benzina, preparazione, produzione contenuti, assistenza. Più cercavamo di servire bene i clienti, meno il modello stava in piedi.
Il passaggio agli e-commerce per attività locali
A un certo punto io e J ci siamo fatti una domanda semplice: se la gestione social mensile non regge, perché non vendere progetti e-commerce alle piccole attività?
Abbiamo iniziato a cercare clienti anche con volantini. Troviamo due erboristerie interessate a digitalizzare la vendita. Prezzo per progetto: tra 2.000 e 3.000 euro. All'inizio ci è sembrato il salto di qualità.
Poi abbiamo capito che stavamo di nuovo sottovalutando il lavoro. Non vendevamo solo un sito. Accettavamo di creare il negozio, caricare oltre 600 prodotti, fare fotografie in sede e seguire il cliente fisicamente.
Valore del progetto: più alto di un abbonamento da 100 euro al mese. Tempo richiesto: enorme. Ogni richiesta aggiuntiva, ogni spostamento, ogni prodotto da caricare erodevano il margine.
Nonostante questo, quelle esperienze ci hanno dato una cosa fondamentale: alcuni di quei clienti sono rimasti con noi anche nella fase successiva.
Da Be Social a Spotex
Nel frattempo avevo seguito un corso da web developer full stack. Le competenze tecniche iniziavano a crescere. La direzione diventava più chiara.
Be Social non poteva restare una semplice agenzia di gestione social. Il lavoro con più valore, più continuità e più possibilità di evoluzione era un altro:
- digitalizzazione di piccole imprese
- siti web e siti vetrina
- e-commerce
- piccole applicazioni
- soluzioni operative costruite intorno ai processi del cliente
Quando è nata Spotex S.r.l., abbiamo ricominciato quasi da zero. Molti clienti legati solo al social media marketing non sono entrati nella nuova fase. Abbiamo portato con noi tre o quattro clienti per cui avevamo fatto siti o e-commerce.
Quella selezione è stata utile. Ci ha costretto a capire quali servizi volevamo davvero costruire e quali ci stavano solo consumando tempo.
Cosa mi ha insegnato Be Social
Be Social non è stata un'azienda perfetta. È stata un laboratorio reale.
Mi ha insegnato che la motivazione è necessaria ma non basta. Puoi lavorare fino alle quattro del mattino ed essere comunque dentro un modello con margini impossibili.
Mi ha insegnato che vendere è importante, ma non devi vendere promesse più grandi del prezzo. Mi ha insegnato che un cliente piccolo può chiedere un servizio enorme. Non per cattiveria. Perché non vede tutte le attività invisibili necessarie per produrlo.
E mi ha insegnato che la carriera imprenditoriale non va in linea retta. Prima di arrivare a un progetto più strutturato, passi da idee troppo grandi, collaborazioni che si interrompono, servizi sottopagati, clienti che ti costringono a imparare sul campo.
La cosa più importante è continuare a fare due cose: restare lucido e restare costante. Perché ti manderanno a terra molte volte. E ogni volta dovrai decidere se quello che è successo è il segnale per smettere o una lezione da portarti nel progetto successivo.
Di solito è la seconda. Di solito.